Università in lotta contro la Gelmini Stampa E-mail
giovedì 16 ottobre 2008

Il 6 agosto scorso è stata approvata una riforma che sancisce la morte dell'università pubblica italiana: il Parlamento Italiano ha convertito in legge un decreto che prevede la riduzione dei fondi (500 milioni in meno in tre anni) destinati all'università, con il rischio per molti corsi, facoltà o addirittura atenei di chiudere i battenti. Si paventa la possibilità per gli atenei che non riuscissero ad andare avanti con i fondi pubblici di diventare fondazioni private, il che implica che le tasse di iscrizione potranno arrivare ad essere anche 10 volte superiori al tetto massimo attuale. Non è una riforma organica del sistema formativo, è semplicemente un decreto finanziario che abbandona l'università a sé stessa e al mercato.
Questo non è che il colpo di grazia. L'università negli ultimi dieci anni ha vissuto un clima di riforma permanente, che progressivamente ha limitato sempre più l'accesso alla formazione, dequalificato i saperi e svuotato di significato e utilità i corsi di laurea: a livello diffuso c'è un senso di inutilità dell'università, che non fornisce nessuna garanzia rispetto al futuro degli studenti; è agli occhi di tutti il fallimento del sistema del “3+2”, che ha portato a una frammentazione e compressione dei corsi e nessun cambiamento sostanziale nella didattica.
L’università è ridotta a strumento del mercato: crea figure precarie, abituate e pronte a farsi inghiottire da un sistema basato su competizione, flessibilità, scarse sicurezze rispetto al proprio futuro, senza battere ciglio. L'università è un nodo centrale della produzione: fornisce attraverso stage formativi manodopera gratuita alle aziende. A questo si limita l'intervento dei privati nell'università italiana: ottenere lavoratori giovani, privi di diritti, a costo zero, da sfruttare per qualche mese.
L'università è essa stessa azienda: assume personale a tempo determinato da impiegare nel lavoro di segreteria, nelle biblioteche, nei laboratori con contratti a tempo determinato e scarsi diritti. Da qui a pochi giorni nell'università di Genova circa 500 di questi lavoratori precari perderanno il posto di lavoro e molti dei servizi erogati agli studenti verranno inevitabilmente tagliati.
Anche la ricerca è sottoposta alle stesse logiche di mercato: in alcuni atenei i ricercatori si vedono proporre contratti della durata di appena 6 mesi. Cosa si può ricercare in meno di un anno oltre al prossimo contratto di lavoro? Inoltre i tagli della riforma Gelmini-Brunetta sanciranno definitivamente la morte della ricerca libera, subordinando l'alta formazione a finanziamenti privati legati alle logiche di mercato.
L'università, quella di Genova in testa, è una piramide rovesciata, con una base piccola piccola fatta di ricercatori, dottorandi e borsisti e un vertice pesantissimo fatto di baroni intoccabili e strapagati.
È un'università nella quale gli studenti sono relegati al ruolo di spettatori: non c'è nessun coinvolgimento nella didattica, nessun incentivo alla produzione di saperi altri, nessuno stimolo alla ricerca, solo lezioni frontali, nozioni da imparare e ripetere, una didattica spesso autoritaria e sempre unidirezionale.
L'università frammenta le esistenze ed esperienze, ognuno confinato nella propria facoltà, nessuno scambio di conoscenze, nessuna condivisione di esse, ognuno col suo pacchetto di sapere specifico. Tutto è finalizzato al poter spendere queste precise conoscenze sul mercato: se non si crea movimento di denaro la cultura è ritenuta inutile, una spesa e basta.
Nessun investimento è fatto sugli studenti, che sono considerati una spesa per la società: tutto ciò che si vuole imparare lo si deve pagare. Le leggi sul copyright limitano la circolazione e la condivisione dei saperi, se non si hanno i soldi per comprare i libri si rimane ignorante. E poi le tasse, il cibo, i trasporti, gli affitti: nessuno sconto. La figura di studente universitario non ha nessun riconoscimento a livello sociale: o paga papà, oppure si paga lavorando; insomma o mantenuto o studente-lavoratore, l’università è considerata un lusso che va pagato!
Tutto è scomposto e frammentato: a tot pagine studiate corrispondono tot crediti, a tot ore di lezione tot crediti, a tot ore di stage tot crediti. Il concetto “il tempo è denaro” è stato rimodellato per arrivare al concetto di crediti formativi: visto che, finché si leggono dei libri, non si produce niente di materiale, invece che denaro spettano CFU.
Nell’università, proprio come nelle catene della grande distribuzione, non ci sono spazi per la socialità: come ai dipendenti di Esselunga è vietato fraternizzare in modo che non possano scoprire bisogni e problemi comuni e quindi condurre battaglie sindacali comuni, così le esistenze degli studenti sono frammentate in modo da non fare scoprire aspirazioni, desideri ed esigenze comuni, necessari a costruire un’identità comune e portare avanti rivendicazioni concrete.

Non solo l'università, ma il sistema formativo in generale stanno fallendo e la crisi viene affrontata con la pantomima dell'autorità: il maestro unico, il grembiule, il voto in condotta, la soluzione proposta dalla Gelmini è un autoritarismo didattico che coinvolge tutto il ciclo formativo.
La riforma dell'università è già legge, non c'è più tempo per l'attesa, è tempo di agire, è tempo che gli studenti prendano la parola su sé stessi per determinare il proprio futuro e quello dell'istruzione di questo paese, perché gli studenti sono il futuro.
Non saremo noi a pagare per questa crisi. Una riforma è necessaria, ma nella direzione opposta rispetto a quella indicata dai governi degli ultimi dieci anni, una riforma dal basso, della quale noi studenti dobbiamo essere protagonisti e traino.
Bisogna riprendere in mano le relazioni sociali, confrontarsi, parlare, muoversi, produrre conflitto dentro e fuori gli atenei, per far nascere una critica radicale a questo sistema e una nuova università, libera, autonoma, accessibile a tutti, critica, svincolata dalle logiche di mercato e sensibile alle esigenze delle persone che la vivono ogni giorno.
Non abbiamo nulla da perdere. Se non ora quando?

Assemblea degli studenti di Lettere

Ultimo aggiornamento ( martedì 21 ottobre 2008 )