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DENTRO L'ONDA
Oggi nella Facoltà di Lettere Occupata di Genova si respira un'aria particolare: sotto lo striscione “noi la crisi non la paghiamo” una trentina di bimbi rincorrono un pallone, studenti universitari vestiti da pagliacci gonfiano palloncini, maestre delle elementari raccontano favole. Non posso pensare a un'immagine migliore per descrivere quello che sta succedendo in questi giorni, tutto il mondo dell'istruzione è mobilitato, dall'asilo all'università, davvero, senza retorica. Sembrava impossibile appena un mese fa, quando si muovevano i primi passi, in poche decine nelle prime assemblee. Invece sono ormai settimane che la mobilitazione ha avuto inizio, crescendo costantemente nei numeri e nella qualità, sono stati giorni carichi di adrenalina, giorni di spontaneità, ribellione, gioia. Due facoltà occupate, Scienze della Formazione e Lettere, un'assemblea d'ateneo così partecipata da doversi tenere in piazza, fuori dall'università, dove non c'era nessuna aula magna grande abbastanza da ospitarci, tre cortei cittadini ogni volta più grandi, fino a quello del 30 ottobre, quando in 30mila abbiamo occupato i binari della stazione Principe. Questa in sintesi è la cronaca di questo mese di mobilitazione a Genova, senza contare le decine di assemblee tenute in tutte le facoltà, i blocchi stradali diffusi e creativi, i seminari, i cineforum, le lezioni in piazza. Tutto ciò, è inutile negarlo, è nato dalla determinazione di noi studenti, che stanchi della solidarietà a parole dei professori, dei tentennamenti dei presidi, dell'immobilismo del rettore abbiamo preso l'iniziativa e ci siamo mossi. Abbiamo finalmente costruito una consapevolezza comune, smesso di delegare, abbiamo scelto di autorappresentarci, di prendere la parola per noi stessi, di determinarci, di decidere per noi, per il nostro futuro e per il futuro della cultura e di questa società. Abbiamo compreso l'importanza di tessere le relazioni sociali all'interno delle facoltà, dove di solito è difficile fermarsi a discutere, guardarsi negli occhi, condividere momenti, idee, aspirazioni. Questa è stata la forza di questa mobilitazione: la condivisione di idee e pratiche, una forte empatia, la gioia di tornare a credere che qualcosa possa cambiare. Abbiamo cominciato decidendo dal basso il blocco della didattica del 17 ottobre, abbiamo interrotto le lezioni consapevolmente, con rabbia, increduli, sorpresi e felici della nostra forza e della nostra determinazione. Abbiamo interrotto le lezioni oggi per potercele permettere ancora domani, perchè l'università non diventi un lusso per pochi, strumento di controllo e dominio ideologico di lobby culturali, consci che l'università di oggi è uno strumento del mercato, un'istituzione che va completamente riformata. Abbiamo bloccato le lezioni per superare l'indifferenza di molti, abbiamo dimostrato che esiste ancora una coscienza critica in questa società, che esistono ancora cervelli pensanti. Abbiamo gridato che non saremo noi a pagare la loro crisi, che abbiamo già pagato troppo in termini di diritti assenti e futuro negato, in un sistema basato sulla speculazione, la competizione sfrenata, le rendite per pochi e sull'assenza di regole: non sarà il sistema formativo a pagare la crisi di banche, manager e aziende senza scrupoli. Molti di noi ci hanno messo anche tutta quella rabbia che accumulano quotidianamente sul posto di lavoro, nei call center, nelle cooperative sociali o nei centri commerciali, tutti nella stessa barca, senza diritti, a sopravvivere con 500 euro al mese, senza mutua, senza contributi, senza nessuna prospettiva. La prospettiva abbiamo deciso di costruircela, consci che il presente non può essere la normalità, non può essere l'unica via possibile. Consci che non si può continuare a vivere non sapendo se fra sei mesi si potrà ancora pagare l'affitto, che non è possibile vivere sperando nella chiamata per qualche settimana di un'agenzia interinale. Se i soldi ci sono per salvare le banche e armare gli eserciti, non si può pensare che a pagare siano gli studenti, i lavoratori, l'istruzione, la sanità. Il denaro c'è e lo vogliamo. Ci siamo ripresi l'idea che il cambiamento sia possibile, che vada praticato ogni giorno, in una città come Genova in cui il conflitto è stato ovattato per anni da giunte di “sinistra”, da un sindacato immobile. Una città ogni giorno di un rosso sempre più sbiadito e ogni giorno un po’ più nera. Questo movimento è nuovo, imprevedibile, non ha sponde istituzionali, non ha nè giunte, nè governi amici, tanto meno governi-ombra amici. Ma questo non può essere che l'inizio. Solo qualche settimana fa eravamo tante gocce d'acqua sparse, ci siamo uniti, abbiamo condiviso un percorso, siamo diventati un’onda che ha più volte inondato le strade della nostra città. Ora siamo diffusi come tanti rivoli che attraversano le facoltà, le piazze, i mercati, le strade per diffondere le nostre idee e le nostre pratiche, accumulando l'energia per diventare un fiume in piena, un'onda inarrestabile. La mobilitazione è iniziata a Lettere, ma presto si è diffusa in tutte le facoltà scientifiche ed umanistiche sparse per la città, persino a Giurisprudenza, dove si dice che nemmeno nel '68 fosse successo. Ieri abbiamo attraversato Genova con un enorme grado cinese, bloccando gioiosamente il traffico, parlando ai passanti, volantinando le auto ferme in coda, un drago che con il suo movimento zigzagante ha voluto diffondere capillarmente le nostre ragioni tra la gente; un grado cinese con il quale abbiamo voluto esorcizzare la paura che stanno provando a metterci addosso con le minacce di denunce e sgomberi ed evocando lo stato di polizia. Non abbiamo paura, abbiamo un drago! Non ci fanno paura, lo abbiamo dimostrato, non ci fermeremo finchè la legge 133 non sarà ritirata, nessuna trattativa, nessuna concertazione. Una vera riforma è necessaria, ma solo dopo che questo progetto di dismissione dell'università pubblica verrà smantellato. Questa è la nostra lotta, ma è una lotta di tutti e per tutti, è la lotta di tutti quelli che vogliono garantire una società in cui ci sia la possibilità di libera espressione, la libertà di produrre saperi critici e autonomi, è la lotta di quelli che vogliono smantellare l'impalcatura di questa dittatura velata che si va costruendo attraverso un'istruzione autoritaria e discriminante, fatta di maestri unici, cinque in condotta, una didattica unidirezionale e l'apartheid delle classi ponte. Giovedì 23 ottobre abbiamo sfilato per le strade con un corteo funebre per quella che vorrebbero fosse la morte dell'istruzione pubblica, ma il corteo si è trasformato inevitabilmente in una festa che, come oggi, ha accolto anche i bambini e le maestre delle elementari, i professori e i genitori delle scuole medie e superiori, la festa di chi sta resistendo, con gioia e consapevolezza, di chi sta rilanciando, costruendo giorno per giorno un'istruzione accessibile a tutti, inclusiva, critica, libera. L'università è finita, l'università comincia adesso.
Genova, 08/11/2008
Luca Daminelli - Collettivo Humpty Dumpty |