Sentenza Diaz Stampa E-mail
venerd́ 14 novembre 2008
In nome del potere

Non è facile prender la parola con lucidità a poche ore dalla sentenza sulla mattanza della Diaz, con ancora nelle orecchie il dispositivo del tribunale di Genova che “in nome del popolo” sancisce la legalità della violenza di stato e di governo, una sentenza che – a due mesi dalla prescrizione – riduce i drammatici fatti di quella notte ad alcuni singoli eccessi e non ad una strutturale sospensione politica di ogni garanzia formale e sostanziale.

Non è facile per chi in quei giorni, e nei mesi precedenti, ha faticato, pensato, lavorato per un anno alla costruzione di quella grande esperienza collettiva che è stato il luglio del 2001, sentito il calore e gli abbracci, i sorrisi e le lacrime di compagne e compagni, ha dormito al Carlini, ha respirato i lacrimogeni, ha visto e subito violenze inaudite, ha sfidato la zona rossa, ha avuto paura, ha ballato, lottato, ha pianto ed ha seguito per questi 7 anni i processi.

Non è facile nemmeno per chi, come noi, non si aspettava granchè, per chi sa che non è in un’aula di tribunale che si può produrre “verità e giustizia” sulle giornate del luglio 2001.

L’azione di polizia che passerà alla storia come la “Macelleria messicana”, quella che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti in Europa dal dopoguerra ad oggi” per il Tribunale di Genova è responsabilità di qualche agente che ha esagerato, mentre per i vertici nazionali delle forze dell’ordine, che durante il massacro erano dentro la scuola o nel giardino, “il fatto non sussiste”.

Sappiamo bene che le articolazioni del potere pretendono di applicare il diritto sospendendolo attraverso lo stato di eccezione permanente e non possono che legittimare loro stesse, sanzionando (per altro solo sulla carta) qualche sgradevole eccesso.

Questa sentenza non poteva essere altra, sebbene – credendo per un attimo alla “giustizia” così come ci viene raccontata dalla retorica formale – fatti, testimonianze e documenti emersi in questi anni di dibattimento facessero, “atti alla mano”, sperare in un esito un po’ diverso.

Forse non poteva succedere.

Il G8 di Genova ha rappresentato un percorso che vive di una sua coerenza precisa sin dal primo momento: da quando anni fa fu deciso di riunire gli 8 (ex) grandi della terra a Genova, a quando fu predisposto tutto il meccanismo repressivo ed inventata la “zona rossa” espropriando la città ai suoi abitanti, da quando vennero fatte le prove generali (con il governo Amato) a Napoli, da quando quel grande spazio pubblico che fu la moltitudine di Genova divenne oggetto di una violenza indiscriminata, dall'omicidio di Carlo all'archiviazione del relativo processo, dalla farsa della “commissione d’inchiesta” alle promozioni politiche di quegli stessi vertici oggi assolti, fino alle sentenze su via Tolemaide e Bolzaneto.

Un cerchio che si chiude drammaticamente ma con coerenza.

I responsabili della mattanza di quelle giornate sono stati tutti assolti e promossi, i pochi poliziotti condannati vedranno il processo di appello interrompersi per prescrizione fra pochi mesi, a nessuno rimarrà nemmeno una macchia sull’ordine di servizio, mentre la prescrizione non arriverà mai per i 25 manifestanti processati per devastazione e saccheggio e molti di loro rischiano anni di carcere.

Al tribunale di Genova il potere aveva già dato un messaggio chiaro, in questi anni: non c'è alcuna beffa nelle promozioni dei vertici protagonisti del massacro della Diaz decise dal governo di centrosinistra negli anni scorsi.

Avrebbe potuto un tribunale beffare il potere condannandoli?

Questo lungo percorso giudiziario e politico, i tanti processi al movimento di questi anni, le scelte autoritarie o i messaggi intimidatori di tutti i governi, le infiltrazioni, le minacce fasciste: tutti tasselli che, dal 2001 ad oggi, hanno significato il tentativo di riscrivere la storia dal punto di vista del potere e la volontà di intimidire, minacciare ed impaurire chiunque pensasse di ostacolare il comando, di disobbedire, di voler cambiare.

Fortunatamente la risposta a quanto questo tentativo sia andato a buon fine la abbiamo proprio in questi giorni.

La risposta è la grande onda che riempie strade, piazze scuole ed università, le tante insorgenze a difesa del bene comune in ogni angolo del paese, tutti quei movimenti che costruiscono percorsi pubblici e aperti che traggono la loro forza dal consenso su cui poggiano, che scelgono la radicalità come risposta alla rapina dei territori o ad un futuro senza prospettive.

Quel disegno di annientamento è insomma già fallito, lo abbiamo già sconfitto: ed è questo l'unico grande elemento di verità pubblica che supera qualsiasi verità formale scritta dai giudici sotto dettatura.

Sotto quest’aspetto, pur con la rabbia e la delusione che ci assalgono questa sera, abbiamo già vinto, ed è evidente nella cronaca delle lotte del ciclo che si è recentemente aperto: quel tentativo lo abbiamo insomma già sconfitto, così come le istituzioni oggi non sono più forti o legittimate, malgrado i tentativi politici e giudiziari di questi anni.

Non cercavamo verità e giustizia nelle sentenze scritte in nome del potere perchè non abbiamo mai smesso di costruirle assieme ad altr* in un grande spazio comune, perchè i movimenti che continuano a fiorire e crescere in questi mesi sono anche frutto dei semi gettati in quel fantastico e drammatico luglio del 2001.

Siamo tutte e tutti ancora qui, ma il bello è che siamo dentro un'onda nuova, assieme a tanti e tante altr*, con Carlo nel cuore.

Centro Sociale Zapata Genova

Ultimo aggiornamento ( venerd́ 14 novembre 2008 )