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Genova, tra ossessione sicuritaria e governance della paura
Da quasi tre anni Genova è più sicura. Le principali organizzazioni di strada genovesi, che i media si ostinano a chiamare bande, da tre anni portano avanti un percorso di emersione e non-violenza che ha sortito diversi effetti positivi:
1) diminuzione del livello di violenza fra i giovani; 2) adozione di metodi di mediazione nella gestione dei conflitti fra i gruppi; 3) aumento delle relazioni con il tessuto associativo e istituzionale a livello locale e nazionale; 4) inserimento dei singoli membri in progetti sociali volti ad accrescere le opportunità educative, lavorative e culturali; 5) costituzione ad opera dei Latin Kings di due associazioni di promozione culturale a Milano e Genova.
Questo percorso è stato intrapreso con la collaborazione di operatori sociali ed educatori genovesi che hanno lavorato direttamente insieme ai membri delle organizzazioni coinvolgendo centinaia di giovani latinoamericani con i loro gruppi di riferimento. E’ da tre anni che a Genova non si può più parlare di scontri fra bande per il controllo del territorio, in particolare di scontri fra Latin Kings e Ñeta. Le organizzazioni al contrario hanno dato vita a diversi progetti sociali come la produzione di un cd musicale insieme a gruppi hip hop genovesi, un campionato di calcio antirazzista, oltre a molteplici incontri di sensibilizzazione e discussione su diversi temi come l’abuso di sostanze, l’educazione alla sessualità, l’educazione ai diritti di cittadinanza e l’informazione sulla legislazione italiana.
Per poter coinvolgere i giovani latinoamericani in questi percorsi, le organizzazioni utilizzano uno strumento tipicamente giovanile: le feste di musica hip hop e reggaeton della domenica pomeriggio al Centro Sociale Zapata. Proprio questa esperienza ha dato ottimi risultati; diversamente dalle discoteche commerciali, alle feste dello Zapata, dove da due anni tutte le domeniche partecipano centinaia di ragazzi latinoamericani, non si è mai verificato un episodio di violenza. Forse varrebbe la pena chiedersi il perché e riflettere sul fatto che quando i ragazzi sono protagonisti, hanno responsabilità, gestiscono il proprio spazio e sono supportati da operatori sociali in molteplici attività, anche il rischio di violenze viene radicalmente ridimensionato. Inoltre, come molti esperti sottolineano da tempo, le misure centrate solo sulla sicurezza e sul controllo non sono sufficienti né efficaci per ridurre le situazioni di emarginazione e violenza. Troppo spesso i media amplificano la percezione di insicurezza sociale dell’opinione pubblica, al punto che sembrerebbero necessari presidi militari in tutta la città. Crediamo, e il nostro lavoro lo ha dimostrato, che l’esercito di cui abbiamo bisogno è quello degli operatori sociali e delle opportunità, attraverso la creazione sul territorio di luoghi di aggregazione giovanile non esclusivamente votati al consumo. Le politiche di inclusione delle organizzazioni della strada e la promozione del protagonismo sociale dei loro membri, sviluppate in maniera quasi totalmente autofinanziata, hanno conseguito obbiettivi preclusi alla ricetta sicuritaria: più polizia, più controlli, più telecamere. A questo punto ci chiediamo quanto siano costate e, soprattutto, quanto siano state efficaci le cosiddette politiche sulla sicurezza. Se oggi ci si uccide per un sms o per un accordo di chitarra, è pretestuoso e razzista farne una questione etnica, è pericoloso costruire una campagna stampa che amplifica la paura verso l’altro, ma è soprattutto illusorio ricercare una soluzione preventiva nella repressione.
Luca Queirolo Palmas, Francesca Lagomarsino, Massimo Cannarella (Università di Genova) Mariateresa Marcelli (Centro Servizi Centro Ovest) Matteo Jade (Centro Sociale Zapata) |