"
Home
giovedì 09 settembre 2010
Da banditi ad occupanti. Le organizzazioni di strada incontrano Zapata PDF Stampa E-mail
Dopo la dichiarazione di pace del giugno 2006, le organizzazioni di strada cominciano insieme al Centro Sociale Zapata un percorso di autogestione che li porterà  in pochi  mesi ad essere un punto di riferimento sociale e politico per centinaia di giovani sudamericani genovesi.

di Chiara Pagnotta e Matteo Jade



Quando i banditi decidono di emergere sulla scena pubblica come organizzazioni della strada ed optano per un percorso in cui si chiede riconoscimento alle istituzioni locali, uno dei pochi soggetti disposti a riconoscerli ed ad aprirsi/confrontarsi con loro è non a caso il centro sociale Zapata, uno spazio occupato, anch’esso ai margini della legalità.
Il rapporto tra Zapata, Latin King e Ñetas inizia il giorno successivo al convegno pubblico del 19 giugno ed è determinato dal desiderio e dal bisogno dei giovani latinoamericani di trovare uno spazio libero in città, dove incontrarsi, discutere, fare feste per raccogliere soldi per gli hermanitos arrestati. Le esigenze che esprimono sono molto simili a quelle espresse da molti giovani autoctoni: la necessità di essere ascoltati dalle amministrazioni locali e il bisogno di uno spazio sociale dove riunirsi.
Questi giovani chiedono che venga meno il bando su di loro, di essere parte di questa città e di non essere più esiliati dalla scena pubblica.
A noi zapatisti presenti al convegno le loro parole ricordano immediatamente le nostre, ci riportano con la mente ad alcuni anni fa quando iniziò il movimento dei centri sociali in questa città, ci parlano delle necessità che hanno i giovani a Genova, al di là del colore dei passaporti. Ovviamente, esprimono anche specificità derivanti dalla propria condizione di migranti, cioè esigenze legate alla questione dei permessi di soggiorno ed alle regolarizzazioni, al ricatto permanente del lavoro che spesso è in nero e al rischio costante di espulsione, ma anche alla propria condizione di giovani genitori clandestini in un paese straniero e alla difficoltà di conoscere le leggi e di potersi difendere legalmente.
Le loro storie ci parlano anche della società italiana, e del processo di criminalizzazione dei giovani dei settori popolari; perchè se è recente l’interesse giornalistico ed allarmistico dei media verso las pandillas, non è sicuramente la prima volta che alcuni giovani vengono etichettati come appartenenti a bande. Oggi latinoamericani, ieri maghrebini, prima ancora i migranti del sud Italia, oppure noi… i giovani dei centri sociali Si potrebbe dire che ogni due-tre anni si stigmatizzano alcuni settori giovanili ritenuti pericolosi. Adesso è il loro turno…e non potevamo che essere al loro fianco.

Come ci avviciniamo alle organizzazioni di strada latinoamericane, la prima esigenza che ci manifestano è quella di aiutare economicamente le famiglie degli hermanitos arrestati nel corso della grande retata di polizia di maggio/giugno e di pagare gli avvocati che seguono i casi. Nasce così l’idea di fare una festa allo Zapata per raccogliere una parte del denaro necessario; la festa è organizzata collettivamente e riunisce circa 300 giovani, prevalentemente latinoamericani, che ballano a ritmo di reggaeton. Questo momento segna l’inizio di un percorso: per la prima volta i due gruppi si ritrovano ed organizzano una festa insieme dopo la Dichiarazione di Genova e dopo l’impegno preso pubblicamente di porre fine ad alcune modalità violente d’espressione. A noi questo passo sembra importante; per quanto rimaniamo spiazzati dal poco rilievo dell’evento nelle cronache cittadine. Alla  conferenza stampa di presentazione della festa, la prima occasione per la stampa di intervistare direttamente i ragazzi, si presentano unicamente tre giornalisti. Il contrasto con ciò che da alcuni mesi viviamo in città era enorme: le masse di giornalisti in cerca di qualsiasi notizia sui pericolosissimi gangster latinoamericani in seguito all’enorme clamore suscitato dagli arresti sono spariti e, cosa più importante, i media non sono molto interessati a conoscere le voci e le parole di questi ragazzi; non essendo più soggetti da cronaca nera, le notizie non attivano l’interesse voyeuristico ed esotico, non attirano lettori né fanno vendere più copie...Si spengano i riflettori!

Il processo di pace ed emersione ha ora una casa, lo Zapata,  che viene co-gestito dagli hermanitos, ma questo risultato già non è più notizia. In altre parole, per l’opinione pubblica continua a vigere il bando, in quanto esilio forzato, messa al bando,  dalla vita pubblica della città.  
Grazie all’esito positivo di questa festa i giovani latinoamericani iniziano a frequentare più assiduamente lo Zapata, sia come luogo che fornisce loro la possibilità di riunirsi liberamente, sia come luogo aperto alla contaminazione/confronto tra i soggetti. Le assemblee comuni iniziano ad essere sia in castellano che in italiano, più spesso un miscuglio caotico di due idiomi; ognuno parla nella maniera che più sente propria, e incredibilmente ci capiamo…
Il rispetto reciproco è alla base del rapporto, che, ovviamente, non è privo di frizioni. Le modalità d’espressione sono differenti; le domande che ci rivolgono nelle assemblee sono principalmente sul potere: chi è il capo? Chi comanda? Come si prendono le decisioni? L’autogestione è per loro difficile da capire, come per gli zapatisti è difficile rapportarsi con delle organizzazioni gerarchiche; ma piano piano iniziamo a trovare un equilibrio.   
Tutti i giorni, quotidianamente e sino ad oggi, i ragazzi dei diversi gruppi gestiscono uno spazio in maniera autonoma, non sono vincolati alla nostra appartenenza ma rielaborano la loro creando una modalità di partecipazione originale. E’ d’altra parte la prima volta che qualche italiano si rapporta in maniera politica e non egemonica con loro.
Anche per noi si è creata una situazione completamente nuova, dato che è la prima volta che un collettivo organizzato di migranti condivide la gestione e l’autogestione del centro sociale.
All’inizio i giovani portavano istanze di tipo assistenziale; il rapporto è mutato con il passare del tempo e si è sviluppato un percorso di organizzazione-autogestione comune per rispondere ai problemi del quotidiano. Il percorso inaugurato dalla Dichiarazione di Genova ha così aperto una dinamica politica, di dialogo e ascolto mutuo: i vari gruppi che vivono allo Zapata si confrontano in assemblee che a poco a poco sciolgono le relazioni precedenti impregnate di tensioni. Il ruolo che il centro sociale svolge è quello di uno strumento di cui si appropriano per comprendere e rivendicare i propri diritti come cittadini; lo spazio è vissuto quotidianamente da molti ragazzi latinoamericani che esprimono con forza e in modo collettivo una ribellione alla mancanza di diritti che li segna in quanto giovani, migranti, proletari, clandestini. Ma si tratta delle stesse dinamiche di esclusione che toccano, in un modo o nell’altro tutti, italiani e non. Per noi dello Zapata, essere vissuti e attraversati da alcuni collettivi di migranti è una scelta chiaramente politica, poiché riteniamo che oggi il migrante sia il paradigma dell’erosione della cittadinanza, titolo non più sufficiente a garantire l’accesso ai diritti.  
Tuttavia, se da una parte il centro sociale ha accolto i giovani delle organizzazioni di strada nel vuoto dell’intervento delle istituzioni, è evidente che molti bisogni rimangono ancora insoddisfatti.
Il percorso dell’emersione non può che essere lungo e lento, ma sicuramente è molto arricchente per tutti. Quello che riscontriamo è l’enorme voglia di fare, il bisogno di protagonismo e la richiesta di avere una possibilità e di essere riconosciuti come soggetti in questa città. Se ad oggi dei “passi avanti” sono stati fatti dai ragazzi delle organizzazioni di strada, è da riscontrare il vuoto quasi totale in cui li hanno lasciati le istituzioni.
Passata l’estate, consolidato il processo di pace anche con la partecipazione di nuovi gruppi (i Masters of the street) al progetto aperto da Latin Kings e Ñetas, le feste divengono il momento di socializzazione e di affermazione dei principi della Dichiarazione di Genova. Oltre cinquecento ragazzi latinoamericani popolano ogni domenica il centro sociale e danno vita alla più grande esperienza di aggregazione di giovani di origine immigrata in città. Un’esperienza che nel giro di poco tempo tracima nello spazio pubblico. Con le parole d’ordine di Tenemos derechos a tener derechos, Abbiamo diritto... ad avere diritto. Permesso di soggiorno, diritti, dignità, il 9 dicembre 2006 un corteo, cui partecipa un migliaio di persone, attraversa il centro città e chiede uno snellimento delle procedure per ottenere il permesso di soggiorno. Tra gli organizzatori, protagoniste sono tre delle organizzazioni  di strada dei giovani latinoamericani. Secondo le loro parole: “Siamo qua perché finisca il razzismo e perché la gente ha bisogno del permesso di soggiorno… Questo percorso significa tanto per noi, perché è la prima volta che la Nazione Latin King, l’Associazione Ñetas, e l’Organizzazione Masters sono insieme in piazza per affermare un diritto. In altri paesi le nostre organizzazioni non sono ancora in pace, e noi siamo qui perché questo processo si espanda in Italia, in Europa, nelle Americhe”.
Con questa manifestazione quelli che erano giovani fantasmi per la prima volta rivendicano i propri diritti in maniera pubblica; non solamente agiscono insieme, ma si uniscono alle rivendicazioni dei migranti di ogni nazionalità che vivono oggi in Italia. Ripudiare il razzismo di cui si è vittime, affermare il desiderio di vivere in Italia, significa ora non solo chiedere il riconoscimento di alcuni diritti per la propria organizzazione o per i propri connazionali, ma aprire una lotta per i diritti di tutti e tutte. Il percorso delle organizzazioni della strada e dello Zapata non è finito, è en marcha, appena iniziato,  una scommessa sul futuro della città e sulla sua capacità di cambiare.


Vedi anche
Giovani, migranti, latinos
Il fantasma delle bande. Genova e i giovani latinos 
Parlano i fantasmi

Leggi la dichiarazione di Genova
Ascolta l'intervista a Luca Queirolo Palmas, Università di Genova

 

Pagina MySpace del centro sociale Zapata

  MySpace Zapata

SCRIVICI

   
 Corso gratuito per tecnico
 del suono