"
Home
giovedì 09 settembre 2010
Il tempo e i luoghi che viviamo PDF Stampa E-mail

“Permeare il governo con le istanze dei movimenti”, suonava grossomodo così la scommessa che una parte della sinistra del nostro paese ha provato a giocare in questo ultimo anno.
Una scommessa “giocata” a conclusione di un percorso che è riuscito, nei suoi “momenti migliori”, a mettere in discussione, se non la forma partito in quanto tale, il ruolo dei partiti nella loro articolazione con i movimenti.

Leggi in Castellano

 

 

 

IL TEMPO E I LUOGHI CHE VIVIAMO

Permeare il governo con le istanze dei movimenti.


“Permeare il governo con le istanze dei movimenti”, suonava grossomodo così la scommessa che una parte della sinistra del nostro paese ha provato a giocare in questo ultimo anno.
Una scommessa “giocata” a conclusione di un percorso che è riuscito, nei suoi “momenti migliori”, a mettere in discussione, se non la forma partito in quanto tale, il ruolo dei partiti nella loro articolazione con i movimenti.
Un percorso che affrontava i nodi della rappresentanza, sancendo ed indagando la crisi di forme e pratiche, espressione di una mediazione “novecentesca” del conflitto sociale.
Un percorso che praticava la sperimentazione di forme di società e partecipazione “altre” che ponevano in crisi i luoghi della decisione e del comando e rivendicavano il diritto a rappresentarsi da sole.
Un percorso fatto da chi affermava che “fare politica” significasse sottrarsi alle mediazioni e praticare l’altro mondo possibile, quello che rifiuta la guerra globale e le logiche di sfruttamento.
Un percorso che trovava nella disobbedienza alle leggi ingiuste una risposta al tema strumentale della legalità e nella pratica del conflitto di massa e del consenso un terreno di confronto per uscire dalla dicotomia violenza/nonviolenza.

Un improvviso “realismo” ha, in nome della più grigia ragion di stato e di governo (governo come valore trascendente in sé) riportato alcuni dei protagonisti di quel percorso, a negarlo.
Con il rischio, evidente, di fare il contrario di quanto scommesso, ossia “permeare i movimenti con le istanze di governo”, con le pratiche della “governance”, con il disciplinamento dei conflitti.
Sullo sfondo, la riscoperta della virtù dell’obbedienza, pena l’espulsione, esercitata in modo isterico, tipica di quella cultura dalla quale si proclamava di voler uscire.
Dopo aver partecipato all’esperienza dei forum sociali, dopo aver contribuito alla nascita del laboratorio del “Carlini” ed a quelle giornate che nel luglio del 2001 mettevano in discussione l’oligarchia imperiale, le forme della partecipazione, della rappresentanza, violando in centinaia di migliaia la “zona rossa”, si sbandiera oggi “l’autonomia del politico”.
L’altro mondo possibile svenduto in cambio del campanellino col quale presiedere Montecitorio, magari per sancire il “SI” alla guerra globale permanente, non più nella versione unilaterale alla Bush ma nella sua riarticolazione multipolare.
Un SI unanime, senza soluzione di continuità alcuna con le poltiche degli ultimi anni, un SI espresso in un luogo dove pare sia impossibile – sennò torna berlusconi – proseguire nel fermo rifiuto della guerra globale senza se e senza ma.
In alcun modo si è rivelato possibile incidere sui temi non solo della guerra, ma anche del reddito e del lavoro, del proibizionismo, delle migrazioni, dell’autodeterminazione e della libertà di scelta sul corpo, sulla propria vita e sugli affetti, così come sul tema dei diritti civili.
Lettera morta resta, come era prevedibile, anche la promessa di una commissione di inchiesta sui fatti del g8, sebben prevista nel mitico “programma”.
Proprio i terreni sui quali si è mossa la sperimentazione comune di questi anni, incidendo su un dibattito che ha travalicato confini ed oceani.
Nel campo di questa pratica della “governance”, si esercita un mandato che, a seconda del tema, risponde alla logica sovrastatale della guerra globale, delle direttive di confindustria, degli indirizzi di BCE ed FMI, e, in ultima istanza, degli integralismi vaticani.
Tutto ciò, con il rischio concreto di indebolire i movimenti, ricattati dalla “governamentalità”.
Nel frattempo, ancor di più cresce la frattura tra la politica dei partiti ed i territori, tra oligarchie degli eletti e le istanze che si diceva di voler rappresentare, tra lo spazio dove si muove la moltitudine e quello occupato dal ceto politico impegnato nell’astratta difesa del potere.
“Caminano”, in una direzione che non è la nostra, e se qualcuno “pregunta”, lo si espelle.
Questi aspetti si articolano anche nel territorio, in vista delle elezioni amministrative.

Le elezioni amministrative a Genova

Le primarie del centro-sinistra genovese e, per quanto è dato intendere anche la campagna elettorale delle prossime elezioni amministrative, hanno riprodotto e riprodurranno quella stessa logica che soffoca, a nostro avviso, la politica nazionale.

Tralasciando il dibattito, tutto interno al costituendo Partito Democratico, sugli equilibri fra DS, Margherita ed imprenditori cittadini che ha caratterizzato lo scontro fra Marta Vincenzi e Stefano Zara, sembra più interessante fare qualche valutazione sul progetto della candidatura Sanguineti, che in qualche modo voleva essere una proposta anche per quella parte di società civile che ha costruito assieme l’esperienza dei forum sociali.

Ebbene questo progetto ha avuto, in uno scenario come quello descritto, l’unico esito possibile: un esito negativo.
Negativo in termini numerici: si è ridotta al lumicino l’agibilità di quelli che lo sostenevano, a vantaggio, con l’entrata in campo di Zara, della sola dialettica tra le due anime di ceto politico del “partito democratico”.
Negativo in termini politici perché quel progetto – la “sinistra europea”…al “pesto”, (Genova anticipatrice di un percorso nazionale di aggregazione con componenti in uscita dai DS ) - si presentava come:
a) Subalterno, perché frutto di uno smottamento di ceto politico che è conseguente al percorso intrapreso dai DS verso il Partito Democratico e di conseguenza freddo, personalistico, distante dalla città, ad uso di ceto politico in cerca di collocazione
b) Sideralmente distante da quell’immagine di Genova - laboratorio ed esperimento di dibattito, contaminazione e pratiche di ribellione- che aveva caratterizzato le esperienze di costruzione del luglio 2001 come quelle degli anni successivi al G8, distante da una discussone sui bisogni e su un’idea differente di città, distante infine dai percorsi nati in questi anni nel sociale e nei territori.

L’esito delle imminenti elezioni pare scontato, e già ora i partiti, sulla “testa” dei territori, giocano il risiko delle poltrone (non ci si può scandalizzare moralisticamente: questo sono e possono essere i partiti).
Di anno in anno, non esiste una risposta al problema della casa, diminuiscono le risorse per il welfare e con esse la qualità dei servizi e le sicurezze di chi vi lavora, continuano le iniziative di privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi essenziali ed  il loro costo per gli utenti.
Il confronto cittadino prosegue nella promozione di questa e quell’altra speculazione, contro i territori e in una scellerata logica di “sviluppo”, si cercano risorse per il terzo valico o l’inceneritore (vertenze che "dentro" il palazzo posson solo esser subite e gestite, e che solo nello spazio del protagonismo sociale possn esser vinte).

Lo spazio dell’autonomia

Un dibattito di questi giorni ci sembra sintomatico e rappresentativo della difficoltà per le istanze e le pratiche di movimento di sopravvivere fra le strette pareti della “governance”: la riflessione, nata dalla scomposta reazione del presidente della Camera ad una contestazione di alcuni studenti romani, su cosa sia dentro e cosa sia fuori dalla “politica”, su cosa significhi “fare politica”.
Se “politica”, nel senso più proprio, significhi gestire l’esistente al “meno peggio possibile” o significhi invece tentare di costruire un mondo “altro”, diverso e possibile.
Chi, di fronte all’arroganza e all’impotenza di quel palazzo che non sa dire NO alla guerra, non intende accettare l’inevitabilità dell’impotenza, non può esser ridotto a mera espressione dell’antipolitica, magari opponendo loro la “non violenza”, mentre si avvalla la violenza della guerra.
Antipolitico è invece chi rinuncia alla politica come pratica per la trasformazione e per il cambiamento, riducendo e subordinando discriminanti valoriali come l'opposizione alla guerra alla tenuta di un governo.
E' solo nello spazio dell'autonomia delle lotte sociali, indifferenti alle sorti ed agli sbocchi governativi, che si può esercitare il cambiamento: lotte che nella logica di "governo", non solo non trovano sbocco, ma rischiano anzi di venir ingabbiate.
La “strategia” pronta, la “ricetta” confenzionata, non la abbiamo, ma constatiamo che non si trova nella strettoia della “governance” dove può esercitarsi solo compatibilità.

Partendo dal tempo e dai luoghi che viviamo, maggiore deve esser la capacità di lettura di bisogni e delle trasformazioni, di ricercare e di sperimentare, di imporre l’agenda, di costruire percorsi che facilitino il dispiegarsi del conflitto, più alta la capacità di valorizzare la grande ricchezza che siamo, le soggettività che esprimiamo, riflettendo anche sui limiti espressi negli ultimi tempi così come sulle potenzialità.

Senza “ricetta”, pensiamo tuttavia di sapere in che direzione cercarla, dove costruire: nello spazio dell’autonomia delle lotte sociali, nel rifiuto dell’obbedienza, nella costruzione di percorsi che dai territori riescano a mettere in crisi la sovranità imperiale, nel pensare un mondo che davvero contenga tanti mondi, contro i ricatti di chi, delle logiche della "govenance", si è eretto a guardiano.

 

Pagina MySpace del centro sociale Zapata

  MySpace Zapata

SCRIVICI

   
 Corso gratuito per tecnico
 del suono